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Svelato il mistero della materia mancante dell’universo

E’ in una ragnatela di gas e collegherebbe le galassie

Simulazione al supercomputer di come le galassie sono collegate da filamenti di gas (fonte: Andrew Pontzen/Fabio Governato)

Simulazione al supercomputer di come le galassie sono collegate da filamenti di gas (fonte: Andrew Pontzen/Fabio Governato)

Potrebbe nascondersi nei debolissimi filamenti di gas, che come una gigantesca ragnatela pervadono tutto l’universo e collegano le galassie, la massa mancante dell’universo, ossia la materia ordinaria che manca all’appello nei calcoli degli astrofisici. Lo indicano due ricerche indipendenti coordinate da Anna de Graaff, dell’università di Edimburgo, e da Hideki Tanimura, dell’Istituto di Astrofisica Spaziale di Orsay, e pubblicate sul sito arXiv.

I cosmologi hanno infatti un problema di ‘inventario': non riescono a osservare molta della materia che compone l’universo. Oltre alla sfida di individuare energia oscura e materia oscura, due componenti invisibili e misteriose che costituiscono più del 95% del cosmo, c’è anche un altro problema meno noto: manca all’appello anche parte della materia visibile, che compone tutto quello che conosciamo, dalle stelle, ai pianeti, agli esseri umani.

Quando gli astronomi osservano l’universo, vedono infatti in stelle, nebulose, nubi di gas e polveri presenti nelle galassie, solo circa il 50% della materia ordinaria, ma manca all’appello l’altra metà. È stato teorizzato che la materia mancante dovrebbe trovarsi in forma di filamenti di gas molto rarefatto che si trovano tra le galassie, ma finora queste strutture non erano mai state individuate.

Analizzando i dati del satellite Planck, dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), che ha osservato l’universo neonato, e confrontandoli con i dati relativi a oltre 2 milioni di galassie, i ricercatori per la prima volta hanno visto le tracce della materia mancante. In particolare nei dati di Planck gli astrofisici hanno cercato il segnale termico chiamato effetto Sunyaev-Zel’dovich che consente di individuare oggetti celesti molto deboli nella radiazione cosmica di fondo che permea l’universo, residuo dell’esplosione del Big Bang. E proprio grazie al confronto tra le mappe di Plank con quelle delle galassie, e alla sovrapposizione delle immagini, i ricercatori hanno trovato il debolissimo segnale di quei filamenti di gas molto rarefatti che sfuggono alle osservazioni dirette.

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